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Sette e dieci: partiti. La prima azione della serata prevede un passaggio rapido per la consegna di due pizze ai quattro formaggi, un’aranciata e una birra. L’ora e mezza prima della partita è sempre frenetica, oggi molto di più. Solamente alle otto e cinque minuti realizzo che stasera l’Italia gioca la finale dell’Europeo, contro una delle formazioni che già ha fatto la storia del calcio, ma che in semifinale, contro il Portogallo, è sembrata aver esasperato il suo gioco. E’ alle otto e cinque, appunto, che la tensioni comincia a salire. E’ forse questo il momento più bello, perché chi ordina le pizze a questo orario ha uno scopo ben preciso: si mangia la pizza e poi si guarda la partita in compagnia. Il brutto di questo lavoro è che non ti permette di guardare la partita in televisione, ma il bello è che ti permette di vederla – partita e prepartita – negli occhi e nelle case degli Italiani. A me piacciono, questi Italiani.

Spesso le pizze, in queste serate, sono delle «famigliari». Entrati nella corte, sul marciapiede, a pochi centimetri dalla porta d’ingresso, c’è una sedia: è il capofamiglia, il nonno, che ti accoglie salutandoti con un gesto della testa. In casa, i figli e i nipoti. Alcuni di loro, come me, non hanno mai vinto un Europeo, a differenza del nonno. I più piccoli non hanno nemmeno un ricordo chiaro del 2006, e posso immaginare il loro stato di eccitazione. Come il mio, durante il mondiale americano.

Suona l’Inno di Mameli, che ascolto mentre apro i cartoni, in pizzeria. Ché uno non ci pensa, ma i cartoni, in una pizzeria da asporto, rubano un sacco di tempo. E di spazio. Da questo momento in poi è dentro e fuori, a oltranza. E’ televisione, radio, silenzio. Ancora radio, televisione. Il primo gol lo prendiamo nel frammento “ancora radio”: ho consegnato le pizze, sto rientrando. I radiocronisti si complimentano con la Spagna e vorrei poterlo fare anche io. Il secondo gol è una beffa, crudele: parcheggio l’auto a fianco della vetrina della pizzeria, mentre la radio racconta di una pericolosa azione spagnola. Butto lo sguardo verso il televisore, all’interno: non è vero, gli spagnoli non sono pericolosi. O forse sì. Forse, ora, sì. Le immagini sono in ritardo. Non saranno neppure due secondi, ma sono le stesse frazioni di secondo che mi hanno fatto esultare conoscendo dove sarebbe andato a finire il rigore di Grosso, perché al piano di sopra hanno Sky. Comunque, non so che fare: un orecchio alla radio, un occhio verso il televisore, con tutta questa confusione non si può difendere ordinatamente. E arriva così, il raddoppio. Mi sono fatto cogliere impreparato.

Per la mezzora finale riesco a trasferirmi a casa di amici. Siamo in giardino, e in un angolo ci sono i cartoni delle pizze, ad occupare spazio. Arrivo e Prandelli decide di mandare in campo Thiago Motta, mentre noi si invoca a gran voce Diamanti. O Giovinco. Il finale è dei peggiori, a cercare di limitare i danni.

Si torna a casa presto, non come giovedì. In lontananza, qualcuno ha deciso di scoppiare lo stesso i botti. Sui marciapiedi, fuori dalle case, capannelli di persone che si salutano. In piazza ci sono dei motorini parcheggiati e, poco più in là, si vede rimbalzare un pallone, tra le gambe dei ragazzi. Parcheggio nel piazzale, alzo lo sguardo verso casa. Sul balcone sotto il mio è appeso un Tricolore. Un filo di vento, e torna a sventolare.

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