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Ci sono giocatori ai quali bastano poche partite, per farsi amare. Non ti faranno vincere la Champions, magari, ma in fondo gli vuoi bene. Sono quelli che non solo ci tengono alla maglia, che non solo ti fanno vincere, sono quelli che vorresti essere tu, il cui nome e il cui numero vuoi portare sulla schiena, la domenica pomeriggio all’oratorio. Per me lo è sempre stato Christian Abbiati, ad esempio. Praticamente mai protagonista assoluto, ma che ci devi fare, era uno di quelli. Thiago Silva lo sarebbe diventato, da protagonista assoluto.

Ibrahimovic, invece, non lo era e non lo sarà. Forse non lo sarà mai, qualsiasi casacca dovesse vestire. E’ un professionista, quando «professionista» si confonde, si tocca, si sfiora con «mercenario». Arriva, fa quello che deve fare – in campionato, non in Champions, ma quando compri il pacchetto le caratteristiche sono scritte a caratteri cubitali -, e se ne va. Un giocatore di passaggio. Non l’ultimo, di passaggio, quello che smarca il compagno davanti alla porta, ma un passaggio spalle alla porta, all’indietro. Uno dei tanti. Uno «scarico», un «disimpegno». Perché Ibra, al Milan, ha disimpegnato la storia del club per un paio d’anni, senza scriverla.

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