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Ci sono delle grandi corporations internazionali – come la Coca Cola –, e alcune griffe, sugli slip degli atleti, o forse delle atlete, quelle del beach volley femminile. Queste – non le pallavoliste, ma le corporations – hanno molti soldi e vogliono dominare il mondo, insieme ai politicanti del famigerato Stato Nazione. Per questo hanno pensato di comprare le Olimpiadi e di comprare gli atleti.

Li pagano, gli atleti, perché vogliono i loro successi. Gli Stati Nazione vogliono il successo dei propri atleti per sancire mediaticamente il proprio dominio, e se vincono, alle volte, li ricompensano con un posto in Parlamento: «il trionfo del nazionalismo».

Le corporations, invece, vogliono il successo a prescindere, la mediaticità dell’evento, per distrarre il popolo sovrano e poter fare il proprio gioco mentre le tv – che, guardacaso, o sono di Stato o sono colossi economici – pompano nelle nostre case medaglie, lacrime, sorrisi, culi, muscoli e sudore. Gente che esulta per un oro alle Olimpiadi. E che sarà mai, un oro alle Olimpiadi? «Circenses», facile.

Queste sono le cose sulle quali Beppe Grillo imbastisce l’ennesimo complotto mondiale dei poteri forti, a danno dei cittadini. E tutto torna, nell’ideologia di chi non concepisce lo sport come momento di fratellanza, creatore di storie comuni, oltre le frontiere, legate dallo sforzo e dall’esercizio fisico, portato all’estremo, per sfidare se stessi. O vissuto collettivamente, come squadra, per imparare a fidarsi l’uno dell’altro, dopo essersi sacrificati l’uno per l’altro. Con una corsa in più, al novantesimo minuto, con la concentrazione dell’ultima freccia, con lo sprint e la lucidità della stoccata vincente. Sprint e lucidità frutto di ore e ore, ogni giorno, ogni anno, di allenamento. Perché, altrimenti, non si vince. Lontano dai riflettori e dalle multinazionali, spesso anche dai soldi.

Grida e pianti, buttati per terra, tarantolati per una stoccata o per un tiro, come se fosse morto o resuscitato cento volte il gatto di famiglia.

Non ho mai avuto un gatto di famiglia, quindi non so bene cosa si prova. Ma mi sono emozionato per un rigore sbagliato dalla mia squadra. E ho visto ragazzi piangere, sui campi di periferia.

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One thought on “Il gatto di famiglia

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