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C’era un ragazzo che attraversava le montagne. Un passo dopo l’altro, senza perdere mai il contatto con il terreno, per le ore necessarie – tre e mezzo abbondanti – a percorrere cinquanta chilometri. In quelle ore non può perdere neppure il contatto con se stesso. La marcia non è correre, la marcia è camminare, lungo le strade, nei propri pensieri, dalla testa all’ultimo muscolo della pianta del piede.

Solo per chilometri, per anni – quattro, dall’ultima Olimpiade, vinta -, mentre oggi, e ieri, circondato da tutti. Sembrava uno di noi, indifeso, impreparato a tutto ciò che gli è caduto addosso in questi giorni. Sulle strade più ripide capita di sbagliare, a tutti, almeno una volta nella vita. E più le strade sono ripide, più le scorciatoie sembrano la strada per il successo, soprattutto se sei giovane.

Sembrava uno di noi, o forse no, perché a quest’Olimpiade non ci voleva andare, non ci sarebbe andato. I cinquanta chilometri sarebbero diventati cinquecento. Molto prima del traguardo avrebbe perso il contatto col terreno, e il contatto con se stesso, perché il peso di questa debolezza è un macigno sulla coscienza di Alex.

«Sono molto dispiaciuto ma sono anche contento che sia finito tutto, forse adesso riuscirò a fare una vita normale», e non si capisce quale sia la vita normale. Forse proprio quella dell’atleta serio, rigoroso, a volte «esagerato», come quando racconta che «negli ultimi anni pensavo solo ad allenarmi 5 ore, mangiare per 3 ore e dormire 15 ore. Mi sentivo in colpa se andavo a bere una birra con un amico e tornavo con un’ora di ritardo a casa». No, non è così, la vita normale, quella che cerca ora Alex, è uscire con la fidanzata, e fare tardi la sera, come «prima di Pechino 2008 [quando] sono uscito con la mia fidanzata, abbiamo fatto di tutto… E ho vinto in 3h37′ sotto il sole…».

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