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Constatiamo che nessuna forza politica rifiuta l’Europa comunitaria; che nessuna, prima o dopo Maastricht, ha messo in discussione l’unione monetaria o ha eccepito alle condizioni fissate nel trattato; che nessuna ammette la possibilità di rinviare la nostra entrata nell’unione. Date queste premesse, ci si attenderebbe che il dibattito politico avvenga su come compiere in brevi anni il cammino lungo e faticoso verso una meta da tutti accettata: su come distribuire i costi da sopportare.

Scriveva così, il 27 febbraio del 1992, Mario Monti (e Luigi Spaventa) sulle pagine del Corriere (e di Repubblica). Si trattava del Mario Monti economista ed editorialista, che già allora riscontrava l’incapacità della classe politica di essere classe politica, di fare delle scelte a vantaggio di qualcuno e a svantaggio di qualcun altro. Di essere di parte e, nel suo essere di parte, di accettare e di vivere lo scontro politico.

Si dica al contribuente qual è il conto da pagare nei prossimi anni; si dia modo all’amministrazione finanziaria di gestire un sistema certo e chiaro, invece di obbligarla a inseguire un torrente di legislazione confusa. Dicano dunque i partiti in qual modo ciascuno di essi intenda ottenere, in via definitiva e senza gli espedienti provvisori degli ultimi anni, l’inevitabile aumento di pressione fiscale.

E invece, siamo andati avanti a espedienti provvisori che provvisori non erano affatto, e che forse non erano nemmeno espedienti. Erano, semplicemente, le basi della democrazia italiana, fatta di una redistribuzione che colpisce il futuro e ingrassa il presente, in modo sistematico, da decenni.

Ma si può chiedere tanto alla politica? Si può chiedere ad essa di non promettere, e semmai di togliere, in ossequio ai vincoli indicati dall’economia? Lo si può, sol che la politica estenda nel tempo il suo orizzonte. La scelta politica vera non è se e quanto si debba pagare. La scelta vera è fra l’onere che siamo disposti a sopportare noi, oggi, e quello che altrimenti dovranno presto sopportare i nostri figli e le nuove generazioni. Quello che noi non siamo disposti a pagare oggi lo pagheranno loro, maggiorato di salati interessi e di crude sanzioni: lo pagheranno in tasse e contributi, in minori servizi, in minore occupazione e minore crescita, nel non essere cittadini dell’Europa; e non ce ne saranno grati.

Ed è assolutamente curioso che, vent’anni dopo, sia toccato proprio a chi queste cose le scriveva fare queste scelte, protetto dal velo della tecnica.

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