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Da Varese, sotto lo slogan «a l’è ul mument», le cose più importanti dette da Matteo Renzi sono state due. La prima è che «ha fiducia in Bersani, che non cambierà le regole delle Primarie», perché «le regole delle Primarie, finora, sono andate bene a tutti». Se si riferiva alla questione riguardante l’albo degli elettori, è vero: c’è sempre stato un albo, sul quale venivano registrati i dati degli elettori, dati che poi – puntualmente – non si sapeva come trattare, per il rispetto della privacy. Se invece stava parlando delle regole del gioco, beh, queste non esistono, perché la sua candidatura si colloca al di fuori delle norme previste dallo Statuto del PD, il quale prevede che alle primarie di coalizione possa partecipare un solo tesserato del Partito Democratico, e cioè il Segretario. Bersani, però, ha dichiarato di voler rinunciare a questa “protezione”, e di voler fare delle «primarie aperte». E a questo punto: chi può partecipare? Qualsiasi iscritto del PD? Anche io? O dovrò raccogliere delle firme, o avere un certo numero di delegati in Assemblea nazionale? Ed entro quando dovrò raccogliere queste firme? E le primarie saranno a un turno o a doppio turno? Sembrano questioni marginali, ma in realtà determinano il perimetro di gioco, e su questo perimetro si giocano, soprattutto, le candidature alternative a Bersani e Renzi. Nel partito vi sono luoghi adibiti a questa discussione, che doveva essere svolta mesi fa. E invece non sappiamo se la sfida sarà a eliminazione diretta, su campo neutro, oppure andata e ritorno, oppure se si fa un bel girone all’italiana. E non sappiamo nemmeno quale è il Paese organizzatore, se il Partito Democratico o il centrosinistra. Questa confusione sta sfociando in un paradosso sicuramente interessante, mi è stato fatto notare: stiamo facendo delle primarie di coalizione senza avere la coalizione, e un congresso di partito senza che ci sia il congresso (senza che ci sia il partito, direbbero i maligni).

Il secondo passaggio del discorso di Renzi che mi è rimasto impresso è quello che fa più o meno così: «siamo qui per vincere, non come i giamaicani che andavano sul bob, che erano lì tanto per gareggiare». Un riferimento pop che quelli della mia generazione capiscono al volo, perché si parla della storia della nazionale di bob della Giamaica, che esordì alle Olimpiadi invernali di Calgary, nel 1988, raccontata anche in un film che fa parte – appunto – dell’immaginario della mia generazione. I quattro giamaicani che cantavano «nessuno ancora crederci potrà, Giamaica la sua squadra di bob avrà» non erano, non sono dei perdenti. Il riferimento è sbagliato, perché non erano alle Olimpiadi «tanto per gareggiare». Nessuno va alle Olimpiadi «tanto per gareggiare». Certo, ci si va consapevoli delle proprie forze, ma ci si mette tutta la passione e tutto l’impegno di cui si è capaci, perché ci si crede, fino in fondo. E la consapevolezza delle proprie forze passa anche dall’accettazione di se stessi e dei propri limiti. Quelli di una squadra di bob giamaicana sono evidenti, perché è evidente la contraddizione tra il freddo e il caldo, tra il mare e le montagne. Un giamaicano in mezzo al ghiaccio può sembrare una contraddizione, perché non è quello il suo posto. Quasi come le primarie del centrosinistra, che non sembrano la collocazione naturale per gli elettori – che sono sempre portatori di interessi – di centrodestra.

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