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Un giorno, quando andavo alle scuole superiori, il professore di Filosofia ci chiese di dimostrare che il foglio che aveva in mano era giallo. Sia chiaro, il foglio era giallo, ma lui sosteneva di no, sosteneva che fosse di un altro colore, non ricordo quale. «E’ giallo perché tutti noi diciamo che è giallo», «è giallo perché secondo gli standard internazionali…», no, erano tutti argomenti non validi, perché, appunto, non argomentavano. Non dimostravano nulla. Alla fine, l’intuizione: «professore, siamo d’accordo sul fatto che questo evidenziatore sia verde?» – Certo. «E siamo d’accordo che questo evidenziatore sia blu?» – Certo. «E siamo d’accordo che mescolando blu e giallo si ottenga il verde?». Eravamo d’accordo anche su questo, perché bisogna avere perlomeno degli assunti condivisi dai quali partire, delle idee condivise che delimitino il campo della discussione e dell’azione, altrimenti è inutile qualsiasi tipo di interazione. Colorammo un pezzetto di carta da lucido di blu e la sovrapponemmo al foglio del professore. Come per magia, ecco il verde, la dimostrazione che stavamo cercando.

Quando parliamo di centrosinistra concordiamo sulla base di partenza, fissiamo dei paletti, diamo per assunto il fatto di sentirci – nonostante i partiti – di centrosinistra. Durante la primavera del 2011 il centrosinistra si colorò di un colore caldo, ottenuto mescolando giallo e rosso.

E io avevo capito che quel colore,  l’arancione, fosse quello della partecipazione e del coinvolgimento, parole che se non vengono declinate in meccanismi precisi rimangono concetti astratti e banali, e spesso anche soggetti a facili strumentalizzazioni, della serie «uno vale uno» – sì, ciao.

Avevo capito che il colore arancione avesse assunto quella tonalità decisa e calda perché calda era stata la sfida primaria che ha visto uscire vincitore Giuliano Pisapia. Calda, combattuta, ma leale, sempre all’interno dello schieramento, senza dannosi slanci in avanti.

Avevo capito che il colore arancione fosse quello dei comitati e dei volantini, e dei volantinaggi. Dell’incontro tra politica e persona, per le strade e nei mercati, e sul web.

Avevo capito tutto ciò, ed è per questo che non capisco i messaggi che, da qualche tempo, lancia il sindaco di Milano, sulle primarie del centrosinistra per la corsa alla guida del Pirellone. Questi messaggi li ho percepiti come distanti da ciò che fu la primavera arancione.

Ancora una volta, questa mattina:

 

Ma chi stabilisce che un determinato candidato raccoglie tutto il consenso? Un candidato, tra l’altro, che deve rappresentare il centrosinistra in una regione che storicamente di centrosinistra non è. Una regione che è il motore economico del Paese, una regione che se Milano è una realtà complessa, la Lombardia lo è molto di più, perché Milano è solo un pezzetto di Lombardia. Perché Milano, con le province e le valli, non ci azzecca molto. E chi stabilisce quanto è forte un candidato? E i candidati, non avevamo detto che erano più forti se legittimati dalle primarie? Insomma, datemi una mano a definire «arancione», quell’arancione della primavera 2011, non un altro, perché è quello il colore di cui abbiamo ancora bisogno.

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2 thoughts on “Qualcuno che definisca «arancione»

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