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Venerdì sera ho avuto modo di seguire da molto vicino lo speciale che Radio 24 ha dedicato a Giorgio Gaber, in occasione dell’uscita di un disco a lui dedicato. Di Gaber conosco alcune canzoni, non molte, ma soprattutto non ne conosco la storia. Durante la trasmissione, un pezzo di quella storia ho potuto immaginarla grazie alle storie raccontate dai radioascoltatori.

Necessariamente non proprio giovani, diversi di loro hanno chiamato per raccontare ricordi di tanti anni fa, strettamente connessi alla loro vita personale. Un signore ha raccontato, con una voce quasi spezzata, della prima volta che ha ascoltato «Qualcuno era comunista», e di come pianse. Margherita, invece, ricordava la sua prima uscita serale, appena maggiorenne, quando andò con alcuni amici, in macchina, a vedere «il Gaber», un giovanotto che suonava in un hotel di San Donà di Piave. E quella sera portò a casa una foto, con «il Gaber» vestito di bianco, che ancora conserva. Un’altra signora ha raccontato di quando faceva addormentare una bambina grazie alle note di «Una fetta di limone», e di come quella bambina, oramai adulta, la chiami, ora, quando vede «il Gaber» in televisione. Un sms di un’altra signora, tra i tanti, cominciava così: «Era l’inverno del ’67. O del ’68?», e con un incipit così una storia non può che essere bella. E l’elemento in comune di tutte queste storie era «il Gaber», con le sue canzoni, che creavano un immaginario nel quale più generazioni riuscivano a riconoscersi, perché la propria esperienza personale diventava parte di una storia comune, fatta di molte esperienze personali.

Tornando a casa ho ripensato a quali possono essere, se ci sono, delle canzoni di cui potrei dire lo stesso. Non devono essere canzoni particolarmente belle, ma canzoni che mi ricordano qualcosa e che a tante altre persone della mia stessa età ricordino qualcosa. Il gioco non è facile, posso solo partire dalle canzoni che a me dicono qualcosa. Me ne sono venute in mente subito due. La prima è Two, dei Motel Connection, che è stato il sottofondo musicale di un’estate intera – e forse più. La seconda, What it takes, degli Aerosmith. A quel punto mi sono detto che, molto probabilmente, queste canzoni non dicono nulla di particolare alla maggior parte dei miei coetanei, se non a quelli con i quali ho vissute le esperienze collegate. Non credo che queste canzoni siano diventate una sorta di patrimonio comune.

Tra trent’anni, insomma, difficilmente potrò chiamare in radio, durante uno speciale dedicato proprio a quell’artista, e raccontare cosa ha significato per me, e per tutti. O sono solo troppo pessimista?

p.s. Magnolia, dei Negrita.

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