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Siamo giunti fin qui: finalmente i democratici, i riformisti italiani, hanno un partito. Una casa comune, grande e nuova.

Walter Veltroni, 27 ottobre 2007, discorso del Lingotto

Non è di moda, di questi tempi, citare Walter Veltroni, rottamato da entrambi i candidati alla guida del centrosinistra. Ma la frase qui sopra è ciò a cui ho pensato quando è finito il dibattito televisivo tra Bersani e Renzi, questa sera. Ho pensato a quella frase, che sta sul mio attestato di fondatore del Partito Democratico.

Ho pensato che lì, che qui, mi sento a casa. E ho pensato che siamo stati bravi, nonostante i tanti errori, le troppe titubanze, le infinite resistenze – che durano tuttora – di una classe dirigente che non ne vuole sapere, tutte quelle cose che potevano essere fatte meglio. Ho pensato che siamo stati bravi ad arrivare fin qui.

Perché poi lo diamo per scontato, quando scontato non lo è. Sia sufficiente pensare ai pullman di Samorì («s’annamo a divertì, Samorì, Samorì»), alle urla di Santanchè, al dinosauro di Berlusconi, e alla «Berlusconi generation». E poi al Monti tirato per la giacchetta, e al nuovo – si fa per dire – Luca Cordero di Montezemolo. E «uno vale uno», la retorica della «rete». «Mia moglie non è mia moglie». Di Pietro Presidente della Repubblica, diceva quel tale.

Nel frattempo costruivamo le primarie per la leadership del centrosinistra. Primarie che, appunto, sono la struttura portante di questa casa «comune, grande e nuova», che ha le propria fondamenta nella partecipazione e nel confronto, e forse è proprio per questo che amiamo chiamarci «democratici».

Nota bene: domani è un altro giorno, e i tifosi di Renzi e Bersani riprenderanno il dibattito sulle regole delle primarie.

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