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Quando vinco una partita di pallone, una di quelle in cui, magari, hai difeso forte, in cui lo scontro fisico è stato notevole, e duro, quando vinco una partita di pallone come questa non c’è altro nella mia testa. Abbiamo vinto: non dobbiamo raccontarcelo a vicenda, non ce n’è bisogno, la vittoria è dentro di noi.

L’unica volta che ho provato un sentimento simile, in politica, è stato in occasione della vittoria di Pisapia a Milano. Il ribaltamento dei pronostici al primo turno fu qualcosa di fantastico. Ricordo che ero in Università, in un’aula soprannominata «Ufficio affari riservati», e guardavamo exit poll e proiezioni: era vittoria, non dovevo spiegarmelo, non dovevo convincermene, lo sentivo, vibravo.

«Non mi sento come quelle volte», pensavo questa sera quando, dopo mezzanotte, percorrevo l’Autostrada dei Laghi, da Varese verso Busto Arsizio. Rientravo da una riunione del Partito Democratico (Direzione e Assemblea riunite contemporaneamente) durante la quale era stato esaminato il risultato elettorale. «Non mi sento come quelle volte, e sono d’accordo con ciò che hanno detto solamente in due, questa sera: essere il primo partito non conta nulla, non raccontiamocela. Se ci stiamo raccontando queste cose è per convincerci di quello che non è, di una realtà che percepiamo solo tra di noi, così come abbiamo fatto in campagna elettorale». Perché poi succede che ci ripensi al giaguaro. E a Romano Prodi che ironizza sul giaguaro. E al giaguaro a Porta a Porta. E il flash mob che recitava lo smacchiamo, lo smacchiamo. «E’ tutto così lontano, non trovi? Già, più lontano della vittoria di Pisapia».

La vittoria di Pisapia fu soltanto l’inizio. Cambiava il tempo. E cambiava il vento, proprio come dice quella canzone. «Se provi a aprire la finestra capatàz, e coi tuoi occhi guardi fuori, quante persone che non contano e invece contano, e si stanno contando già. Stanno soltando aspettando un segno, capatàz». E quando arriverà, quel segno, cambierà anche il vento e questo vecchio legno navigherà. Proprio come avrebbe dovuto navigare il Partito Democratico. «E’ il vento, è la passione dei cittadini che cambia, si ravviva, si affievolisce, si spegne, qualche volta. Ma cambia, cambia sempre e cambia il corso della storia attraverso la politica. No, quel Congresso provinciale unitario del 2010 non c’entra niente con le vittorie alle amministrative in provincia di Varese: era solo il cambiamento del vento, e la nostra capacità di accoglierlo, spiegando le vele. Come si può credere che i cittadini abbiano percepito la nostra unità interna, a differenza delle fratture tra Lega e PdL, e che per questo abbiano scelto noi?».

E ora? «Ora eccoci qua, il vento soffia ancora, ma è rabbioso e prepotente: ulula contro di noi. Non siamo stati capaci, non ci siamo fatti trovare pronti». E’ questa la nostra sconfitta, che svuota: «non siamo stati in grado di dare ragione alla passione, eppure ci avevamo provato, ci eravamo vicini». E’ la sensazione di aver bruciato un’intera stagione politica. Forse ci eravamo più vicini in quel novembre del 2010, o forse no. Forse è solo un’altra storia che mi sto raccontando.

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