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FABRIZIO-BARCA-CON-LA-SCIARPA-PER-LOCCASIONE_1-960x639Il tormentone del giorno – o, perlomeno, quello che gira su questi schermi – è la discesa in campo di Fabrizio Barca, stimato ministro per la Coesione territoriale del Governo Monti. A dir la verità già da diverso tempo Barca aveva abbozzato l’intenzione di impegnarsi all’interno del Partito Democratico, ma questa volta è stato più esplicito, mettendo anche in programma la presentazione di una sorta di manifesto, tra pochi giorni:

Non ci può essere la ripresa del paese senza un partito che ricompatti la società, però prima bisogna decidere che partito serve e muoversi subito.

Esatto. Subito. 

Fabrizio Barca è un ottimo ministro e sicuramente sarà una risorsa preziosa nel caso in cui decidesse di mettersi a disposizione del Partito Democratico. Anzi: a me piacerebbe che la sua figura venga valorizzata qualora, secondo un’ipotesi che ora appare alquanto remota ma non impossibile, si riesca a formare il famoso «Governo del cambiamento».

Ma il vero tema di giornata sui miei socialcosi è un auspicato ticket Barca – Renzi (ne ha scritto qui Francesco, parlando di complementarietà), il primo alla guida del PD, il secondo alla guida del Paese.

Alla complementarietà credo poco e portare motivazioni ideologiche non vuol dire essere in cattiva fede, ma vuol dire – semplicemente – rilevare che tra i due ci sono visioni del mondo che complementari non sono, perché le visioni del mondo sono di per loro già complete. Detta in parole molto, molto semplici, se uno discute e pranza con Tony Blair dopo averlo incontrato a un meeting su Jp Morgan, per poi dichiarare «Io come Tony Blair? Mi piacerebbe molto: Blair era uno che la sinistra la faceva vincere e non solo partecipare», l’altro risponde che «Blair non era di sinistra, malgrado qualcuno nel Pd si ostini a dire il contrario».

Per capirci, nella visione di Barca i sindacati sono un corpo intermedio fondamentale, un interlocutore strategico, attori del cambiamento:

Perché una prospettiva innovativa di sostegno all’occupazione sia praticabile, più che il rilancio della domanda può, a mio avviso, la valorizzazione di quei “corpi intermedi” che sono i sindacati: Carrieri lo dice chiaramente, ed io sono d’accordo con la sua idea che marginalizzare le rappresentanze dei lavoratori significhi aderire ad una “paradigma sotterraneo” che non ha nulla a che vedere con la crescita economica. I sindacati, in questo senso, vanno utilizzati e valorizzati, secondo me, non per concordare al ribasso condizioni di pace sociale in quanto rappresentanti di interessi del lavoro; ma piuttosto nella fase ascendente della costruzione delle politiche.

Se cercate «sindaca…» nel programma elettorale di Matteo Renzi troverete solo due passaggi, che relegano i sindacati a fattori marginali:

Sono ormai estremamente diffuse soprattutto nelle regioni del Nord forme di complementarità al welfare pubblico sviluppate, da parte delle imprese, delle cooperative, delle associazioni del non-profit (cd. “welfare aziendale, sindacale, cooperativo”).

[…] secondo il modello scandinavo, attivando servizi di fornitura di prestazioni personali di servizio in forma di collaborazione autonoma continuativa, gestiti dai Comuni, e attivando al contempo una forma efficace di monitoraggio cogestito con il sindacato, idonea a escludere che possa derivarne nel mercato un effetto di sostituzione di domanda di lavoro professionale con lavoro dequalificato e sottopagato.

Fabrizio Barca parla di spesa pubblica, sostiene che «uno dei grandi errori del trentennio liberista è avere dichiarato finito il ciclo economico, e avere abbandonato le politiche anticicliche», termini non propriamente affini al pensiero di Matteo Renzi. Lo stesso discorso vale per la concezione di partito, che Barca ritiene debba essere tanto – forse più – importante dei sindacati, nella costruzione delle politiche:

Noi non svoltiamo verso crescita, se non ricostruiamo un corpo intermedio che si chiama partito, che non sia una una semplice lista, che non sia solo raccolto intorno a un leader, che abbia una struttura territoriale, che coinvolga al suo interno non solo i bisogni ma le soluzioni.

Organizzazioni di questo tipo richiedono soldi. Tanti soldi. Meno di quelli che vengono scialacquati oggi, ma comunque tanti. Le microdonazioni dei privati saranno sufficienti?

Insomma, queste sono alcune delle ragioni per cui credo che Renzi e Barca possano fare parte dello stesso partito, all’interno di un processo dialettico. Che siano complementari mi pare un azzardo.

p.s. a post scritto, Francesco e Tommaso hanno pubblicato un articolo sul tema.

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One thought on “Barca e Renzi: più completi che complementari

  1. Pingback: O l’uno, o l’altro, o nessuno dei due | Popolino | Il blog di Paolo Cosseddu

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