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Che il Partito Democratico si trovi di fronte a un passaggio cruciale della sua esistenza è un dato di fatto. C’è chi crede, addirittura, che questo sia l’ultimo passaggio cruciale, perché il PD, dopo, non esisterà più. Dimostrazione delle profonde spaccature sono alcune prese di posizione che hanno dato colore alla giornata politica di ieri, tra le quali quella di Fioroni contro Civati:

Civati non avendo votato Napolitano è un irresponsabile e se non vota governo è fuori dal Pd.

Civati, in realtà, è colpevole di ben altro, e cioè di aver scritto un post accusando alcuni dirigenti storici del Partito Democratico di aver tradito Prodi, per facilitare l’elezione di un Presidente della Repubblica maggiormente propenso alla formazione di un Governo di larghe intese. E le larghe intese, in questo Paese, sono sempre a destra:

Si parla molto di «traditori», ma state attenti: perché i soliti protagonisti della politica italiana che ora chiamate così poi potreste ritrovarvi, tra qualche ora, a chiamarli «ministri». Tutti insieme. Appassionatamente. Con un argomento formidabile: dopo che abbiamo ridotto il centrosinistra così, non vorrete mica andare a votare? Affidate le cose a noi, sappiamo come si fa.

Ecco perché sono state registrate reazioni scomposte anche da parte di Massimo D’Alema che nega qualsiasi «regia sull’affossamento di Prodi», per il quale sono attribuibili responsabilità a chi lo ha candidato «in modo francamente assurdo». Bersani, diciamo. Di conseguenza sostenere un suo interessamento sarebbe «una vergogna, una vergogna autentica, chi dice questo è un calunniatore, io lo denuncerò».

Risposte non ne abbiamo. Nomi nemmeno. Ma una cosa è certa: chi ha affossato Prodi era alla ricerca di un governo che aprisse a destra. Chi ha affossato Prodi non voleva neppure Rodotà e sarebbe stato il nucleo duro attorno al quale si sarebbe costituita quell’area di voto che avrebbe affossato anche quest’ultimo, qualora il PD avesse deciso di sostenerlo.

E su queste linee di fratture, inevitabilmente, si sta giocando anche il futuro del Partito Democratico. Potremmo disegnarlo così, il gruppo degli eletti democratici:

CAM00166

Due grandi poli che si intersecano nel momento in cui la linea dettata dalla Segreteria corrisponde con la linea sostenuta da uno dei due poli. Con le necessarie sfumature – che lo schemino non contempla -, possiamo dire che Marini è stato votato dai “sempre fedeli al Partito” e da coloro che poi tradiranno Prodi perché, come ho cercato di spiegare sopra, preferivano l’intesa a destra, che Marini garantiva. Sull’estremo opposto, coloro che hanno lasciato la scheda bianca o che hanno votato Rodotà, cercando un terreno di intesa con il Movimento 5 Stelle. Tramontata questa ipotesi, solamente gli applausi di chi si è opposto alla scelta di Marini e dei “fedeli sempre al Partito” si sono tramutati in voti per Prodi, un’opzione che non apriva a destra ma al M5S, magari tenendo il nome del fondatore dell’Ulivo insieme a quello di Rodotà.

Nel rettangolo ci sta chi ha votato Napolitano. Un po’ tutti, tranne quelli che sì, ok Napolitano, ma ciò che viene dopo – le large intese – proprio no. Un pezzetto di chi non ha votato Marini al primo giro, invece, alla fine ha “ceduto”, perché come fai a dire di no all’opzione Napolitano? La domanda è: il rettangolo Napolitano manterrà la stessa forma anche quando ci sarà da dare la fiducia a un governo costruito con il PDL? Si allargherà ricomprendendo tutto il PD, o arretrerà fino all’intersezione “fedeli sempre al partito”? Se ci fosse questa ipotesi, nell’aria, la cacciata di Civati proposta da Fioroni assumerebbe i contorni dell’avvertimento: colpirne uno per educarne cento (che poi fa 101, come i traditori di Prodi). Tra quelli che hanno manifestato le maggiori perplessità troviamo Civati, Puppato e Marino. Ma anche Orfini, dei Giovani Turchi, i quali, nelle ultime ore, stanno facendo a gran voce il nome di Matteo Renzi.

Infine, queste nuove linee di frattura non potranno che riflettersi anche sull’imminente Congresso del Partito Democratico. Riflettersi, non ripetersi: il Congresso vedrà la partecipazione degli iscritti in una prima fase, in un dibattito più serrato, ma degli elettori, attraverso le primarie, in una seconda. Ed è proprio in questa seconda fase che il malcontento di questi giorni – pensiamo a #OccupyPD – potrebbe trovare un interprete, che abbia votato Prodi (e magari anche Rodotà), che non abbia preso a schiaffi gli elettori («la base? Non l’ho sentita…», disse Anna Finocchiaro) e che non appartenga a correnti già consolidate, perché le correnti, da sole, senza l’intervento di chi le guida, difficilmente si ampliano, e se si ampliano lo fanno accordandosi con altre correnti.

L’interprete ce l’avrei. Ma in questo caso sono troppo di parte:

p.s. dimenticavo, in tutto ciò, il ruolo dei grandi commentatori italici. Il mio preferito ha appena twittato:

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2 thoughts on “E’ tutta #colpadiCivati

  1. Pingback: Siamo tutti #indisciplinati | Andiamo a Berlino

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