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CAM00169C’è un passaggio che mi è rimasto impresso, e che ogni tanto mi ritorna alla mente, del bel libro scritto da Ivan Vaghi, «Tra la vergogna e l’avvenire – La guerra di Liberazione a Solbiate Olona» (al quale ho contribuito solo marginalmente). Si tratta di un passaggio che fa parte della scheda che cerca di descrivere la figura di don Angelo Grossi, coadiutore dal 1939 della parrocchia di Solbiate e cappellano della locale caserma. Sebbene sia poco credibile, a causa di alcune discordanze storiche, che già nel settembre del 1943 ci fosse una banda partigiana da lui guidata – come alcune testimonianze ci hanno restituito -, «è sicuramente possibile però che alcuni partigiani solbiatesi abbiano maturato proprio in oratorio e proprio dalla frequentazione di don Angelo Grossi la decisione di entrare in clandestinità o di inquadrarsi nelle brigate partigiane, anche se l’attività di don Angelo, e non poteva essere altrimenti, non era sicuramente di natura violenta».Il passaggio che mi ritorna spesso alla mente, quando penso alla Resistenza e alla partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, è il seguente, tratto dall’articolo «Un prete partigiano», scritto da Luciano Vignati (partigiano di Busto Arsizio) e pubblicato sul settimanale «Luce» il 13 luglio 1980:

Ricordo con molta simpatia alcuni momenti di quella vita dura e rischiosa. Quando don Angelo notava in me i segni della stanchezza fisica non poneva indugi, come una buona mamma si dava da fare ai fornelli e recuperava dalla cantina una buona bottiglia, obbligandomi alla sosta ristoratrice. Capitò più volte di dover passare la notte a Solbiate per via dei controlli e del coprifuoco, ed allora, messa al sicuro la bicicletta, mi faceva dormire in un comodo letto vicino alla sua camera. «Se viene qualcuno prima vede me e tu sei più sicuro», poi ancora: «se non rinnovi le energie non puoi avere la forza di continuare a combattere».

Sono le due figure che si aiutano vicendevolmente, nella dimensione pubblica e in quella privata, a riprodurre plasticamente, nella condizione estrema della guerra, la passione politica che diventa azione comune. E’ sufficiente il virgolettato finale. La profondità che viene offerta da don Angelo Grossi, «prima vede me», così come le acque danno profondità al sottomarino* e le strette vallate al combattente di montagna, è uno dei caratteri distintivi del partigiano. Ma la profondità sarebbe nulla senza la mobilità, che permette al partigiano di entrare e uscire dalla profondità stessa, per tornare sulle strade a combattere in nemico, forte del ristoro ricevuto, «se non rinnovi le energie non puoi avere la forza di combattere». E’ in queste dinamiche di razionale complicità che si saldano la passione e l’azione pubblica.

Ho scritto «razionale» non a caso. Razionale nel senso di logico, ragionato, puntuale, così come i meccanismi di partecipazione pubblica che i partiti e i corpi intermedi della società devono mettere in moto. Un mio amico mi diceva che dobbiamo costruire mulini a vento, perché là fuori c’è un «vento profondo» che soffia forte, una «energia romantica» che è passione e voglia di partecipare, così come fu anche il romanticismo, non solo «un movimento introspettivo ed emotivo, che procede dall’esperienza interna a quella esterna, ma si muove anche in senso inverso […] alla costante ricerca di espressioni esterne degne di essa».** Queste espressioni degne devono essere i mulini a vento migliori possibili, capaci di raccogliere il vento e trasformarlo in energia meccanica che cambia le cose: strutture intermedie e partiti capaci di trasformare la passione in azione, di dare ragione alla passione, di dare senso alle cose.

Nel legame tra passione, ragione ed azione è passata la Liberazione dell’Italia. E questa è solo una delle tante cose che di quell’esperienza dobbiamo custodire.

* l’immagine del sottomarino è presa in prestito da un bellissimo libro di Carl Schmitt, Teoria del Partigiano.
** Paul Ginsborg, Salviamo l’Italia.

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