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lettaUn fantasma vaga in queste ore tra i circoli del Partito Democratici e gli elettori delle primarie, figure e simboli che oramai fanno parte della mitologia nel racconto di che cos’è il Centrosinistra italiano. Capaci di montare gazebo tra la neve, di tenere le urne aperte tra Natale e Capodanno, di aprire le sedi e di dedicare spazi alla registrazione nelle settimane precedenti al voto per evitare fastidiose file di persone.

Un fantasma. Il fantasma dell’asserragliamento dietro alle tessere di partito. Questo perché da alcuni giorni i dirigenti del Partito Democratico rilasciano interviste con le quali fanno presagire a due riforme. Anzi, a una riforma – la separazione del ruolo di Segretario da quello di candidato Premier – e una controriforma: il Congresso solamente tra gli iscritti.

Se la riforma (la separazione dei due profili) mi sembra argomento sul quale si possa ragionare e discutere alla luce delle recenti primarie vinte da Bersani – alle quali hanno partecipato altri due iscritti al PD, andando in deroga allo Statuto -, la restaurazione del Congresso tra i soli tesserati, ecco, no.

Il mio no non è dettato da motivi che hanno a che fare con il sentimentalismo politicocioè con argomenti come la partecipazione e l’apertura – che ritengo questioni importantissime e fondative dell’identità del PD -, ma hanno a che fare con il processo di mutamento che negli ultimi quattro mesi è stato innescato da un fatto ben preciso: le primarie per la scelta dei parlamentari. E’ quello l’episodio chiave per comprendere cosa è successo da quando sono cominciate le votazioni per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica ad oggi. Un gruppo di giovani, neoeletti, provenienti dal mitico «territorio», non necessariamente legati alle correnti del Partito – o perlomeno non così saldamente – e legittimati dalle preferenze hanno fatto saltare il banco quando è stato portato in Aula il nome di Franco Marini. E il banco è saltato non perché il nome di Marini non fosse degno, ma soprattutto perché frutto di un metodo di decisione non democratico (any sense), che ha a che fare con il sistema consolidato di correnti e spartizioni che vige all’interno del PD e che si è rinnovato con il siluramento di Prodi e l’approdo a Napolitano. E la formazione del Governo Letta.

Da quel momento si è rotto l’equilibrio che manteneva in piedi il Partito Democratico perché nasceva un nuovo fronte: disomogeneo, non organizzato, con un solo punto in comune. Essere nativi democratici (espressione che non mi fa impazzire, ma mi sembra la più adeguata). Che non vuol dire non aver avuto esperienze politiche precedenti alla nascita del PD, ma percepirsi democratici prima di qualsiasi altra cosa. Prima che dalemiani, prima che bindiani, prima che veltroniani, eccetera.

Questo nuovo fronte pare che abbia un grosso seguito tra il popolo delle primarie, che si è organizzato attraverso occupazioni e ribellioni dal sapore antico e dense di significato. Questo tumulto tra militanti ed elettori rende esplicito un altro dato: il nuovo fronte dei nativi democratici è sottorappresentato nei gruppi parlamentari, il che determina uno squilibrio.

Ed eccoci quindi al punto: asserragliarsi al proprio interno è l’ultimo, disperato, tentativo di perpetuare l’equilibrio precedente, nonostante sia già stata rivoluzionata la distribuzione di potere all’interno del sistema e vi sia uno squilibrio.

«Se non si risolve lo squilibrio del sistema […], il sistema verrà modificato e si stabilirà un un nuovo equilibrio che rifletterà la ridistribuzione del potere»*. Il metodo per risolvere lo squilibrio di sistema senza che questo porti a «un nuovo equilibrio» del tutto imprevedibile che (solitamente) passa per la guerra c’è. E si chiama Congresso del Partito Democratico che, precisamente per questi motivi, deve favorire le naturali dinamiche di cambiamento. Una delle opzioni alternative è la guerra, sia chiaro, e da lì non si sa come si esce, e se il Partito Democratico ci sarà ancora.

*La frase che cito è uno degli assunti da cui parte Robert Gilpin per definire la sua teoria del mutamento nella politica internazionale, che facilmente può essere adattata ad altri contesti di mutamento sociale e politico.

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2 thoughts on “Il mutamento che già c’è e il Congresso del PD

  1. secondo me la tua analisi è perfetta, aderente in tutto alla realtà dei fatti, la cosa è testimoniata dal fatto che in questi giorni tv e giornali vogliano far passare i “nativi democratici” eletti con le primarie come dei poveri sprovveduti in balia dei tweet dei followers e via discorrendo… spero che il prossimo possa essere un congresso di liberazione.

  2. Pingback: Che razza di congresso si prepara per il PD? | zero321.it

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