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La Lega fa capire che a decidere sul voto possono anche essere fattori minimali e ancestrali dell’antropologia del territorio: l’essere “a monte” o “a valle”, “di qua” o “di là” da un fiume, l’appartenere al centro o alla periferia, alla montagna o alla pianura, il vivere in valli chiuse o di transito, l’abitare nella grande pianura umida ai lati del Po o nelle secche a ridosso della fascia pedemontana. Questi elementi costitutivi importantissimi dell’identità locale, che i partiti della prima Repubblica – in particolare la Dc – avevano magistralmente sfruttato ma anche tenuto a freno, ora riemergono come un fiume carsico, escono dal lungo esorcismo, diventano disgreganti e incontrollabili. Fino a prevalere sulle ideologie, sulle nazioni, persino sulle linee maestre del territorio, come gli spartiacque o i grandi fiumi. La Lega offre uno specchio a queste negatività; dunque ci fornisce, più che una mappa dei paesi, una mappa dello spaesamento. Del quale i simboli – le acque in primo luogo – sono il rivelatore profondo.

Paolo  Rumiz, La secessione leggera

Qualche giorno fa, mentre davo una mano ai volontari che hanno partecipato alla giornata di pulizia delle rive dell’Olona, ho pensato al fiume. Che cos’è un fiume? Linea di confine tra le due sponde, abitate da popoli nemici, o via di comunicazione che si snoda insieme allo scorrere delle sue acque, creando comunità? Energia che fa girare i mulini che macinano il grano, di cui ci nutriamo, o energia che sfonda gli argini, che tracima e invade le città, che distrugge le nostre case? Fogna a cielo aperto, che riporta alla luce cose putride e emana cattivo odore, o luogo del paesaggio, del quale godere immergendosi nelle sue acque?

Ieri sono tornato vicino all’Olona, in occasione della giornata «Caccia ai tesori della Valle Olona», organizzata dall’associazione che sta guidando il percorso verso la costituzione dell’Ecomuseo della Valle Olona. In particolare sono stato a Solbiate Olona, dove i tesori da visitare erano il Cotonificio Ponti, la mitica «scaletta» (protagonista di tante gare di Ciclocross), la Chiesa del Sacro Cuore (che – mi dicono degli amici – potrebbe essere stato luogo di culto già nel’ottavo secolo) e il Museo Socio-Storico.

Mi è tornato in mente il fiume. E ho ripensato alla sua natura, fatta di aspre contraddizioni. Nel mio immaginario – e penso anche in quello di tanti miei coetanei residenti in Valle Olona – il fiume ha un valore negativo, perché sporco e puzzolente, e perché nel 1995 abbandonò il suo corso per invadare i prati, gli edifici produttivi e le poche abitazioni situate nella vallata, più a monte, e i centri abitati, più a valle. Tra le poche abitazioni situate in valle, a Solbiate, c’era quella di una mia compagna di classe, arrivata in Italia dopo essere sfuggita alla violenza che in quegli anni aveva lacerato la Jugoslavia. Dalla Croazia, per la precisione. Mi ricordo, così, una mattinata di forti sentimenti, a scuola, fatta di parole sussurrate, poche informazioni: una situazione ignota, per noi bambini. Ricordo, poi, che organizzammo una colletta per la nostra compagna. Facevo un sogno ricorrente, da piccolo: l’Olona che straripava e allagava Solbiate. Pochi centimetri, sufficienti a ricoprire i piedi di un’acqua densa e scura.

Inconsciamente – credo – il mio pensiero tiene assieme gli scritti di Rumiz e questo episodio, legandoli alle identità etniche e culturali che nascono al di qua e al di là di un fiume, tenute assieme, ma che alla fine «escono dal lungo esorcismo, diventano disgreganti e incontrollabili». O qualcuno le fa diventare, volutamente, così. «I mediatori internazionali hanno prodotto mappe etniche che anziché frenare le stragi le hanno incoraggiate, offrendo una base giuridica al genocidio […] Spiegare la guerra con l’odio tribale è come spiegare un incendio doloso con il grado di infiammabilità del legno da costruzione, e non con il fiammifero gettato da qualcuno», scriverà sempre Rumiz, parlando proprio della guerra in Jugoslavia.

Forse è per questi motivi che avevo paura dell’Olona, mentre oggi, grazie anche alle numerose giornate trascorse in Valle, da solo con la bicicletta, con gli amici, con le associazioni e tanti altri cittadini, non ho più paura delle acque dell’Olona che, al contrario, mi sembra una creatura malata, da curare. Il male che ha fatto (anche quello del 1995) era semplicemente scritto nel suo destino di fiume delle contraddizioni. Perché bisogna guardare per terra, all’industrializzazione senza regole e alla cementificazione, quando piove. Non al cielo, pregando che si fermi.

Tutta questa storia per dire che l’Ecomuseo della Valle Olona ci vuole. Perché un Ecomuseo nasce dalla comunità che riscopre e rinnova le sue storie, e la storia dell’Olona non deve essere più una storia che fa paura, ma una storia di progresso e civiltà.

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