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Matteo-RenziA fine aprile, il primo commento di Matteo Renzi sull’appena nato Governo Letta fu certamente positivo: la «lista dei ministri è migliore delle aspettative», è un governo che «manda in pensione una generazione di big o presunti tali e questo è un elemento di positività: ora vediamo i risultati». Secondo il sindaco di Firenze si trattava di un esecutivo «buono, molto buono intanto perché abbiamo un governo e in una cornice internazionale di difficoltà finalmente la politica dà un segnale». Erano questi i tempi in cui Matteo Renzi escludeva categoricamente la possibilità di potersi candidare a Segretario del Partito Democratico, perché in quel ruolo non ci si vedeva proprio e il PD era quasi un intralcio, un organismo non adatto all’elaborazione e alla proposta politica: «se il cambiamento si fa attraverso il Pd – dichiarò – dò una mano ma se l’idea è di andare a capo di una struttura per gestire spifferi e correnti penso di essere la persona meno indicata in assoluto».

Fare il segretario del Partito Democratico, inoltre, non rientrava nelle sue corde per motivi politici, perché «sarebbe naturale entrare in rotta di collissione con il Presidente del Consiglio». E «sarebbe masochistico sperare nel fallimento del Governo Letta».

A domanda di Lucia Annunziata, «Matteo Renzi sarà tra i candidati alla segreteria del Pd?», la risposta fu un categorico «no».

Matteo Renzi tornava sull’argomento “segreteria e congresso” il 20 maggio, dichiarando: «Se io ora facessi la campagna per diventare segretario del Pd sembrerebbe che il mio obiettivo sia quello di sedermi su una poltrona».

Era il 25 maggio e Renzi continuava a mostrare fiducia in questo esecutivo, dichiarando che «il governo non è uno yogurt, non possiamo sapere la data di scadenza prima», e aprendo, quindi, a qualsiasi orizzonte temporale possibile, anche quello di legislatura.

Poi, all’improvviso, quattro giorni dopo la similitudine con lo yogurt, un cambio radicale di vedute e un giudizio politico decisamente negativo sull’operato del Governo: «Ieri è successa una cosa molto semplice: ho detto che l’unica cosa importante e che chiedono gli italiani è che il governo faccia finalmente le cose. Io faccio il tifo perché le riforme finalmente si realizzino perché solo in questo modo la politica tornerà a parlare la stessa lingua dei cittadini. Se questo non avverrà, si sarà persa una grande occasione. […] Non sto mettendo fretta al governo, non è vero che voglio accelerare la fine. Ma governo e Parlamento funzionano se fanno le riforme e non se vivacchiano». Alla domanda sulle sue intenzioni e se tra queste vi fosse l’idea di sostituire Letta alla guida del Governo, in sindaco rispondeva «per uno che ha rinunciato al Parlamento per fare il sindaco essere accusato quasi di tutto sta cominciando ad essere divertente. Prima mi arrabbiavo, ora mi diverto».

A questo attacco “non rispondeva” il primo giugno Enrico Letta, che si dichiarava amico di Matteo Renzi: «A Renzi non ho nulla da rispondere, nel senso che io sono il primo tifoso di Matteo Renzi, c’ha il difettaccio di essere di Firenze, mentre io sono di Pisa».

Ed è così che il cambio di relazione con il governo Letta – passato da “è molto buono” a “vivacchia” – imprime una conseguente svolta anche alle ambizioni partitiche di Matteo Renzi, che dopo aver escluso categoricamente di essere interessato alla Segreteria del PD, dichiara: «Io candidato alla segreteria? Dipende da che cosa sceglierà di fare il partito. Farà un congresso serio o no? Accetterà la sfida del cambiamento e della novità o no? Questa è la questione in ballo […] Se riusciamo a uscire dalla palude, a imporre i nostri temi, la nostra gente capirà il governo con il Pdl. Se tiriamo a campare, se ci facciamo dettare l’agenda da Berlusconi, se non riusciamo a fare le riforme, allora…».

E a chi gli fa notare che sommare la carica di Sindaco e quella di Segretario del più grande e maggiormente strutturato partito d’Italia configura, di fatto, un doppio incarico – quelli che una volta erano da rottamare – risponde che «il problema non si pone, almeno non si pone adesso. Non c’è incompatibilità. Avere una funzione nazionale sinora ha aiutato a fare meglio il sindaco, ad esempio a trovare i fondi per salvare il Maggio fiorentino». Non c’è incompatibilità, è vero, ma rimane la questione dell’opportunità politica di una simile scelta.

Arriviamo, infine, ad oggi e a un’intervista a Repubblica: «Epifani decida: noi ci teniamo liberi e poi vediamo. Stavolta non mi faccio fregare, prima si fanno le regole e poi dico se mi candido». Mentre sul governo Letta – che è lo stesso che una volta era “molto buono”, con la “lista dei ministri migliore della aspettative” – dichiara: «Sono amico personale di Letta e lo stimo molto. Enrico è proprio bravo. Poi, poveretto, deve governare con Brunetta e Schifani». Ma questo è il governissimo, bellezza. Che non ha «mandato in pensione» alcuna «generazione di big». Proprio nessuna. E lo sapevamo tutti, sin dall’inizio.

Sicuramente, nella prossima intervista, Repubblica cercherà di fare chiarezza su tutti questi cambi di vedute.

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2 thoughts on “Dove va Matteo Renzi

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