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CAM00463La tessera che vedete qui a fianco è la mia tessera del Partito Democratico, anno 2010. Nell’angolino verde in basso a destra c’è lo slogan di quella stagione politica e del Partito Democratico guidato da Pierluigi Bersani, vincitore del congresso del 2009: «per l’alternativa». Perché era quello, sin da allora, per non dire da sempre, lo scopo del Partito Democratico e, prima, dell’Ulivo. E a questa storia, era lo stesso Bersani che si proponeva di «dare un senso».

La cosa che mi insospettì, quando presi in mano questa tessera, fu, però, proprio il fatto che «per l’alternativa» fosse scritto. Quasi per ricordarcelo, quasi per rassicurarci, quasi per metterlo nero su bianco. Un po’ come se per descrivere il carattere del protagonista di un romanzo o di un film usassimo degli aggettivi, e non i suoi comportamenti, le sue scelte, le sue parole, i suoi pensieri, i suoi movimenti e le espressioni del suo viso. Il profilo, la personalità, li costruisci sulla base di tutto ciò: per essere alternativi, non basta scriverlo, ma bisogna praticare l’alternativa.

E tra di noi ce lo raccontavamo. Alla vigilia delle elezioni ne eravamo convinti: siamo alternativi. Anzi, «siamo quasi alternativi», perché potrebbe esserci bisogno del sostegno di Monti. Non la pensavano esattamente così tutti coloro che non ci hanno votato e hanno preferito la proposta di Grillo – percepita, questa sì, sicuramente come alternativa.

Dal giorno successivo alle elezioni, l’alternativa era scomparsa. O meglio, sapevamo che c’era, ci abbiamo provato a fare il governo del cambiamento (ricordate gli otto punti?) ma senza esserne troppo convinti, senza valutare l’opzione terza, l’opzione alternativa: un governo del cambiamento, basato sugli otto punti, ma non guidato da Bersani. Era troppo anche per noi, per alcuni di noi, un governo così. E non l’abbiamo voluto, e non l’ha voluto neppure Grillo, facendo sorgere più di un dubbio sulla sua proposta: fino a che punto è alternativa? Non fino in fondo, se si ferma sulla soglia del governo. Scartata questa ipotesi in cui abbiamo creduto molto poco, il ritornello è diventato «non ci sono alternative». E perciò Marini, Prodi silurato, Rodotà che non è dei nostri, fino ad approdare a Napolitano, che ha rappresentato plasticamente la mancanza di alternative.

Ecco perché, poi, si ripensa a questa tessera del 2010, dove «l’alternativa» era scritta, e ci si chiede quanto l’abbiamo praticata.

Questo fiume di parole per dire che dal 5 al 7 luglio, a Reggio Emilia, l’alternativa l’ho vista per davvero. Era nei comportamenti, nei gesti, nelle possibilità e nello scenario che si apriva davanti a noi. Senza avere nessuno dietro a sostenerci, ma un sacco di persone davanti pronte ad accoglierci. Ed è molto meglio così, fidatevi. Perché Prodi, dietro di sè, ne aveva davvero un sacco. Peccato che alcuni di loro avessero il coltello nascosto nella gamba dei pantaloni. Se posso permettermi, a me sembra questo il punto distintivo dell’intervento di Giuseppe Civati: descrive e delinea l’alternativa di governo da costruire, da qui ai prossimi tre anni, senza scriverlo su una tessera. Libero dall’ossessione di una leadership governativa alla quale approdare, per dedicarsi a tempo pieno all’elaborazione politica, all’organizzazione del partito, alla ricerca di parole nuove e all’approfondimento di temi che spesso si tengono assieme, come «il sempre più temibile problema del rischio idraulico e del dissesto idrogeologico» e il lavoro. E per fare questo ci vuole tempo: ore da dedicare ogni giorno e un orizzonte temporale adeguato, che non può e non deve essere subordinato sistematicamente alle esigenze delle larghe e lunghe intese.

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One thought on “L’alternativa dell’alternativa

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