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821f4e77306b413ea68aa57ca9a678c7Ci sono cose che amo e cose che odio della politica, a qualsiasi livello amministrativo. Poche mi lasciano indifferente.

Le cose che odio della politica sono: fare le cose sbagliate ma che generano facile consenso. Non fare le cose giuste perché generano malcontento, se non si è capaci di spiegarle. La spartizione delle poltrone in base all’appartenenza e la cooptazione. Il pregiudizio di chi pensa che siccome hai una tessera di partito in tasca sei un mezzo delinquente. Discutere di alleanze facendo la conta dei voti, i tatticismi. La politica fatta di rapporti e rancori personali, e le opzioni politiche che vanno in frantumi a causa di questi. La giustificazione di scelte politiche sbagliate portando per argomenti le scelte politiche sbagliate compiute nel passato da altri. Le questioni grandi trattate con superficialità, la divisione e lo scontro su questioni di più che ordinaria amministrazione. Il ricorso a espressioni di berlusconiana memoria quali «mettere le mani nelle tasche degli italiani». L’idea secondo la quale il settore pubblico sia di per se da portare al minimo. Le assemblee che si limitano a ratificare decisioni già assunte da altri, in altri luoghi. Le analisi del voto secondo le quali, alla fine, in ogni occasione, anche la peggiore, abbiamo comunque – se non proprio vinto – perlomeno «non perso». La politica messa nell’angolo dagli interessi economici. Il finanziamento ai partiti, pubblico o privato, oscuro, non rendicontato, approssimativo, che nasconde altre cose. Le larghe intese, la pacificazione, la cancellazione dello scontro politico, nel senso alto del termine. I copioni già scritti. Il cambiamento solo in apparenza.

Le cose che amo della politica sono: conoscere le persone giuste. Le persone giuste sono quelle che ti insegnano a tenere assieme i problemi. Il consumo di suolo e l’inquinamento di un fiume. L’IMU e le tasse sul lavoro. Che ti insegnano a costruire soluzioni mai banali e alternative. Conoscere altre persone giuste. Quelle che leggono la realtà guardando più lontano di te. E poi rileggi le cose che avevano scritto, anni dopo, e pensi «caspita, aveva proprio ragione». Conoscere altre persone giuste ancora. Quelle che scrivono geniali status su Facebook, quelle che fanno dei lavori che si sono inventati, e quelle che passano una giornata con te sulle rive dell’Olona, a mapparlo e a ripulirlo, per poi ragionare sugli intrighi societari nella gestione delle acque. Raccontare le storie di cui vive questo Paese. Le primarie. Quando viene tanta gente. E senti tanta vita. Le feste Democratiche, le feste dell’Unità, le feste per l’Unità del Partito Democratico. Quelle dove ti danno la birra media nel bicchiere di plastica. L’organizzazione fatta bene. Le analisi del voto su base territoriale, e l’analisi territoriale collegata all’analisi sociale ed economica. I discorsi politici che trascinano, che ti illuminano gli occhi di speranza (sono pochi). Il finanziamento pubblico ai partiti, rendicontato fino all’ultimo centesimo, trasparente. Le buone pratiche, i comuni virtuosi, la visione a lungo termine che portano con loro. Lo scontro politico, nel senso alto del termine. Le mobilitazioni e le campagne elettorali. Chi si batte per cambiare le cose. Chi si batte per cambiare il metodo con cui si decidono le cose da cambiare e come cambiarle. Il Partito Democratico come vorrei che fosse il Partito Democratico.

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