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franceschiniQuesto pomeriggio Dario Franceschini ha sciolto le riserve. Se Matteo Renzi, come pare, si candiderà alla guida del Partito Democratico, il Ministro per i rapporti con il Parlamento – a capo di una folta corrente del Partito Democratico, nata ufficialmente dopo il Congresso del 2009 – lo sosterrà.

Più precisamente, l’unica condizione posta da Franceschini è che Renzi si impegni per innovare e tenere unito il partito:

Dopo anni di scontri nel centrosinistra c’è bisogno adesso di unità e se Renzi, come ha detto, lavorerà da segretario per innovare il Pd, tenendolo unito e non dividendolo sono pronto a votarlo.

Questa cosa vuol dire tutto e niente, anzi, vuol dire soprattutto niente. E mi ha fatto venire in mente due cose che ha detto Gustavo Zagrebelsky, durante un recentissimo dibattito con Pippo Civati.

La prima: evitiamo, in politica, di scrivere cose assolutamente scontate, perché è solo una perdita di tempo, che allontana invece che avvicinare. Dire che il segretario che si sosterrà dovrà «innovare e tenere unito il partito» che si candida a guidare è assolutamente scontato: nessuno si sognerà mai di sostenere il contrario, e cioè: «se Renzi lavorerà da segretario per conservare il PD così com’è, dividendolo e non tenendolo unito sono pronto a votarlo».

La seconda cosa detta da Zagrebelsky che mi è venuta in mente è – più o meno – questa: i documenti congressuali lasciano il tempo che trovano. Il prossimo (e i prossimi) Congresso si farà sulla base delle esperienze precedenti, sui comportamenti quotidiani dei candidati.

E allora ho cercato di ricordare quali fossero stati i comportamenti di Franceschini negli ultimi anni. Quel che posso dire è che Franceschini si è molto impegnato per tenere unito il Partito Democratico.

Ad esempio, dopo aver preso il posto di Walter Veltroni quando questo diede le dimissioni, in quanto suo vice, tutti si aspettavano che non corresse per la carica di Segretario, dato che stava svolgendo – come Epifani ora – un ruolo di garante, di traghettatore, in vista del momento più alto della vita di un partito. E Franceschini era della stessa opinione:

Schermata 09-2456538 alle 21.40.18Poi si candidò. Per innovare e tenere unito il partito. Posso scommetterci.

Ottenne il 34% dei consensi, alle Primarie che sancirono l’elezione a Segretario di Pierluigi Bersani, con il 53% dei consensi. Sapete che fece, Franceschini? Riconobbe la vittoria di Bersani, facendo riferimento all’unità del Partito:

Schermata 09-2456538 alle 21.50.11

Era il 25 ottobre. Il 17 novembre Franceschini diventerà Capogruppo del Partito Democratico alla Camera.

Il resto è storia recente. Con Bersani alle primarie 2012, quando invitava Renzi (e Vendola) a «un confronto tra idee, non lacerazioni interne. […] Renzi e Vendola capiscano che non è loro interesse infuocare la discussione con parole e temi di scontro». Ora ministro del Governo Letta, con Berlusconi, al grido «non ci sono alternative» e «non fate i fighetti con i distinguo».

Schermata 09-2456538 alle 21.56.33La parabola, in sostanza, è fantastica: da vicesegretario a reggente. Da reggente a candidato segretario. Da candidato segretario e capogruppo e capocorrente. Da capogruppo e capocorrente a principale alleato del suo precedente sfidante. A ministro. A principale alleato di quello che era il principale sfidante del suo precedente alleato.

Ci diciamo sempre che nel centrosinistra cambiano i nomi e i simboli dei partiti, ma non le persone. E c’è una persona che rimane più degli altri: Dario Franceschini.

Detto questo, torno all’inizio. Se in nome dell’unità, della finta unità tesa alla costruzione di maggioranze raccogliticce, siamo arrivati a questo punto, non si può che votare il candidato che vorrà il confronto politico. Schietto, sano.

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