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blogOgni tanto me lo chiedo, che conseguenze hanno, o potrebbero avere, le cose che scriviamo nei blog, nei post su Facebook, nei commenti sui social network, in un tweet particolarmente brillante. E rituittato. Uno di quelli fortunati, magari. Che rimbalza per qualche ora, o che si becca un RT di quelli che contano.

Alla fine penso che le conseguenze anche del più figo dei tweet siano prossime allo zero. Lo saranno anche le conseguenze di questo post, anche se farà mille condivisioni su Facebook.

Chi legge questo blog, chi arriva a contatto con un tweet fa già parte della mia stessa cerchia, per dirla con G+. Anzi. Di una delle tre mie cerchie.

  1. Gli amici amici, quelli veri veri. Quelli che abitano a 5 km in linea d’area da me. Quelli che poi vedo tutte le settimane – per giocare a pallone, per bere una birra, per riparare una bicicletta – e sento tutti i giorni. Che del PD non ne possono più. Ché li ho presi per sfinimento.
  2. Gli amici che, come me, del PD non ne hanno mai abbastanza. E che sono d’accordo con me.
  3. Gli amici che, come me, del PD non ne hanno mai abbastanza. E che non sono d’accordo con me.

Lasciamo perdere la prima categoria. Sulle altre due il mio post non avrà alcun effetto, se non consolidare l’opinione di chi vi appartiene. Non è importante a quale delle due appartenga: è importante che sia matto di PD. E chi è matto di PD un’idea ce l’ha già. Ben precisa, che tende a consolidarsi più che a essere scalfita.

Queste due categorie sono numerosissime tra i miei amici di Facebook e tra i miei follower. Sono la quasi totalità, e stanno in un rapporto assolutamente non paragonabile con la prima categoria. Ordini di grandezza neanche lontanamente affiancabili. Sono tanti, e discutono tra di loro. Commentano l’ultimo post di Civati, ma anche l’ultimo post di Popolino, e l’ultimo di Nicodemo, e l’ultimo di Sofri, e di Gilioli. Un po’ meno Metilparaben, ultimamente. Questi blogger li leggo tutti anche io, perché mi piacciono, mi divertono, mi fanno riflettere, mi danno elementi per comprendere la realtà che ci circonda. E mi dico: «caspita, questi, con un post, possono davvero cambiare le cose: guarda che dibattiti appassionati che creano su Facebook». E invece no. E invece magari solo un post su cento di quelli che leggo può cambiare davvero le cose. Gli altri non restano.

Perché siamo noi, siamo solo noi, che leggiamo i nostri post, che facciamo battute taglienti su Twitter, che commentiamo con durezza il post scritto da qualcuno della categoria tre, che commentiamo con tentata imparzialità il post scritto da una persona che appartiene alla due. E poi siamo sempre noi, che facciamo pagine divertenti e anonime su Facebook, che creiamo @giannicuperloPD. E ci divertiamo, un sacco. Ma davvero un sacco. E se non ci divertiamo ci incazziamo. Anche tanto, alle volte. Sono io il primo.

Ma tutto questo esce mai da qui? Se esce, quando esce? Quando i Gattini per Civati finiscono in un boxino morboso di Repubblica possiamo considerarli usciti da qui?

E gli altri partiti sono così?

Dovrei farmi un account fasullo. O più di uno: uno per partito, e uno al di sopra delle parti.

Per chiudere, non fraintendete questo post. Amo internet, amo Facebook, amo Twitter e amo i blog. Amo anche #inqualcheweb, per dire. E amo le cose che entrano ed escono dalla rete.

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One thought on “Un altro post che non rimarrà

  1. Beh, come vedi, qualcuno ogni tanto ti scopre, ti legge e ci riflette (quest’ultima non si vede poi tanto, lo so….).

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