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Se c’è una cosa che ha stupito tutti, di queste primarie, è stata l’affluenza. Pare che, alla fine, quando saranno finalmente disponibili tutti i risultati, ci si assesterà intorno a una cifra compresa tra i 2,7 e i 2,8 milioni di elettori.

Un dato che sorprende per due motivi. Il primo è che in questi mesi il Partito Democratico ha fatto di tutto per non farsi più votare. Il secondo è che il ritornello della scarsa partecipazione – reso popolare dai giornali che rimbalzavano dichiarazioni di dirigenti del PD, secondo i quali raggiungere i 2 milioni di elettori sarebbe stato un successo – rischiava di essere, scoraggiando i nostri elettori, una profezia che si autoavvera.

Esistono però alcune dinamiche che i numeri possono aiutarci a svelare. La prima riguarda la partecipazione in termini assoluti. Se guardiamo l’andamento a partire dalle primarie dell’Unione, nel 2005, non c’è assolutamente da essere felici, nonostante sia stata superata l’asticella (posta da chi? Secondo quale logica?) dei 2 milioni.

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Nel 2005, infatti, votarono 4,3 milioni di persone. Nel 2007 oltre 3,5 milioni. Nel 2009 3,1 milioni, stabili per il primo turno delle primarie di coalizione del 2012. Al secondo turno votarono, invece, 2,8 milioni. Ora ci stabilizzeremo, come detto, tra i 2,7 e i 2,8 milioni di elettori, che rispetto al 2005 vuol dire aver perso 1,5 milioni di elettori, pari al 36%. Di elettori più appassionati, disposti a sborsare 2 euro per scegliere il leader del proprio schieramento politico. Sono gli stessi elettori che hanno la capacità di “moltiplicare” i voti ottenuti alle primarie? La domanda è difficile, la risposta non c’è. Ma c’è un altro dato: la progressiva riduzione del rapporto tra elettori delle primarie ed elettori alle politiche: se nel biennio 2005/2006 il coefficiente che teneva assieme i due dati era 4,5, nel 2007/2008 era calato a 4, e nel 2012/2013 a 3,3. Come se il calo degli elettori delle primarie fosse più che proporzionale al calo di elettori alle politiche.

La seconda dinamica riguarda il rapporto tra affluenza alle urne e voto per i singoli candidati. Su base regionale, la correlazione tra affluenza e voti ottenuti da Matteo Renzi è pari a +0.75, -0.88 per Gianni Cuperlo e +0.39 per Giuseppe Civati. In sostanza, l’affluenza ha effetti contrari sui risultati di Renzi e Cuperlo: una maggiore affluenza va di pari passo con un buon risultato di Renzi e uno risultato meno buono di Cuperlo. Per Civati, anche se molto meno di Renzi, c’è comunque una correlazione positiva.

Dove si è andati a votare? Si è andati a votare soprattutto al Nord e nelle regioni rosse, dove in numerosi casi si è superato il dato del 2009 (anno del Congresso vinto da Bersani, che regole del tutto simili alle attuali). In Lombardia si sono recate alle urne 20.000 persone in più, in Piemonte 7.000, in Emilia Romagna 15.000, nelle Marche 7.500, in Toscana addirittura 109.000. Ed è nelle regioni rosse (soprattutto) e in generale al Nord che si sono registrati ottimi risultati per Renzi. Possiamo supporre che Renzi abbia perciò effettivamente portato al voto un elettorato diverso rispetto a quello “storico” delle primarie del Partito Democratico.

Dove non si è andati a votare? Al sud. E non si è andati a votare in molti, tanto da neutralizzare e mandare in negativo il saldo del Nord e delle regioni rosse. Rispetto al 2009 non si sono recate alle urne 34.000 persone in Basilicata, 52.000 in Calabria, 109.000 in Campania, 64.000 nel Lazio, 51.000 in Puglia, 47.500 in Sardegna, 73.000 in Sicilia. Un calo drastico. Con percentuali comprese tra -30% e -50%. Tornando alla storia della correlazione, in queste regioni Gianni Cuperlo ha fatto registrare risultati migliori.

Giuseppe Civati si colloca a metà strada, come dicevamo. Ottenendo risultati relativamente ottimi al Nord (dove quasi ovunque si è piazzato davanti a Gianni Cuperlo), che tendono a peggiorare percorrendo la penisola verso Sud.

Le mie considerazioni finali, quindi, riguardano:

  • il calo della partecipazione assoluta rispetto al 2005: ci può solo consolare un po’ il fatto che sia stata superata abbondantemente la soglia dei 2 milioni.
  • il rapporto tra elettori delle primarie ed elettori delle politiche, che pare deteriorarsi.
  • il nuovo elettorato che – stando alle cifre – Matteo Renzi è riuscito a mobilitare al Nord.
  • il fatto che al Sud tutto il Partito Democratico (il centrosinistra?) ha dei problemi, perdendo elettori e non riuscendo a conquistarne di nuovi.
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4 thoughts on “Chi, dove e quanti hanno votato alle #primariePD

  1. Bravo stefano, bell’articolo. Questo tipo di analisi con una base scientifica, per quanto possibile, mi ricorda molto Moneyball (“L’arte di vincere” in italiano – se non capisci la battuta, guardalo che ne vale la pena 😉

    Per rafforzare l’ultimo punto, analizzerei la correlazione tra voto alle primarie e voto nella fase per i soli iscritti, su base regionale (con il sottinteso che 1) il voto a Cuperlo non è voto di protesta con l’attuale dirigenza del partito 2) più gli iscritti sono compatti nel votarlo (votarla), più il partito alle primarie aperte va male). Si capisce cosa mi aspetto come risultato 😉

    Invece non ho capito bene il rapporto (elettori alle politiche / elettori alle primarie): come fai a tenere conto dell’affluenza generale alle politiche?

    • Buona idea inserire anche i dati dei circoli.
      Per il rapporto elettori alle politiche / elettori alle primarie ho tenuto conto dei numeri assoluti, dei voti espressi.

  2. Credo che nel valutare i dati dell’affluenza alle primarie ci siano altre variabili di cui tener conto, fra cui il fatto che si siano tenute per individuare il candidato a ridosso di elezioni politiche. Le primarie del 2005, ad esempio, chiamavano gli elettori a pronunciarsi su un progetto inclusivo di tutte le forze politiche dell’area di centro sinistra per il governo del Paese, cosa che non si è ripetuta nel caso del 2007 col PD a vocazione maggioritaria”. Quelle del 2009, dopo il fallimento del progetto di Veltroni, riproponevano il dualismo fra i due partiti che hanno dato vita al PD, con la candidatura di Marino – arrivata troppo tardi e quindi non solida, che poneva fortemente il tema della svolta autenticamente liberale e laica del PD. Andrebbero poi anche valutate le diverse aspettative (che non coincidono con programmi o mozioni dei candidati) che i votanti alle primarie avevano su questo o quel candidato e sulla capacità/possibilità del vincitore (e quindi del segretario eletto) di accogliere queste aspettative in una sintesi proficua per la gestione del partito e il progetto elettorale per le politiche. La mia sensazione (empiricamente verificata, ma non certo attendibile in senso statistico) è che dal 2005 a oggi l’elettorato di area non creda più tanto alla possibilità che le proprie aspettative sul partito e sul governo del Paese si concretizzino. Ipotesi che potrebbe trovare una correlazione interessante anche nell’andamento del numero degli iscritti. ( Mi piacerebbe, se possibile, avere indicazioni su dove reperire i dati a cui fai riferimento)

    • Sono d’accordo sulle differenze che hanno caratterizzato le diverse “edizioni” delle primarie. La capacità di attirare elettori, però, sta tutta qui, nella diversa impostazione che si dà alle primarie: se rivolte alla costruzione di un soggetto della sinistra “più largo” o se solo all’interno del PD, se vengono caratterizzate in chiave governativa o meno, dalla qualità dei candidati, eccetera. Queste scelte sono in gran parte in mano al PD stesso. Anche io ho la sensazione che “l’elettorato di area” non abbia più fiducia, ma questo si tiene assieme con l’impostazione che si dà alle primarie.
      Pur non avendo a portata di mano i dati, posso dirti che gli iscritti al PD sono in picchiata.

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