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Non appartengo alla generazione di Letta e Alfano.

Con l’anno nuovo si passa dalle chiacchiere alle cose scritte.

Faraone dice che o si cambia radicalmente o si muore? Uno sfogo di pancia. Però ha detto quel che pensa il 99% degli italiani. E nel merito è difficile dargli torto…

Letta mi chiede di non ostacolarli e io non ho disturbato. Ma potevano risparmiarsi tante cose. E la faccenda della nomina da parte di Alfano di diciassette nuovi prefetti è soltanto la ciliegina sulla torta.

Io fatico a tenere Delrio al governo, perché ogni tanto mi dice che vorrebbe lasciare.

Devono accettare di fare le cose che non hanno fatto in questi ultimi 20 anni. Altrimenti non avrebbe senso continuare.

Il governo va avanti se fa. Alla gente che mi ha votato ora non posso dire che si va avanti anche se il governo non fa.

Vedo che ora c’è qualcuno che critica me. E’ il giochino dello scaricabarile, per fare confusione. Ma con me cascano male.

Sapesse quanti mi dicono “Matteo bisogna andare subito al voto” e io rispondo “calma, ragazzi, calma”: se Letta fa, va avanti. E continuo ostinatamente a credere che sia possibile. Certo, se si fanno marchette e si passa dalle larghe intese all’assalto alla diligenza, non va bene.

Queste sono le dichiarazioni che Matteo Renzi ha rilasciato oggi in un’intervista a La Stampa. Ora. Il Partito Democratico è il mio partito. Il segretario Matteo Renzi è il mio segretario. E lo so che bisogna lasciargli un poco di tempo per prendere le misure, capire dove stanno le cose, e tutto.

Però questa intervista mi ha molto stupito, come se di tempo dalle primarie dell’8 dicembre non ne fosse passato poco, ma tantissimo. Come se la carica di cambiamento e di chiarezza che molti hanno riscontrato nella proposta politica di Renzi si stesse già per esaurire, per passare a una fase di equilibrismo fin troppo spinto – che d’ora in poi qualcuno dalle pagine di Repubblica chiamerà “responsabilità” -, i sintomi del quale (“Il governo va avanti se fa”) erano già evidenti durante la campagna elettorale. L’ultimo passaggio, in particolare, è degno di nota, perché oscilla tra il cambiamento che Renzi vuole rappresentare (“tanti mi dicono di andare al voto subito”), la sua “responsabilità” (“calma, ragazzi”), la vicinanza al governo guidato da un esponente del partito di cui è segretario (“continuo ostinatamente a credere che sia possibile”), per poi tornare al sentimento popolare di delusione e volontà di cambiamento, date le cose che ha fatto, sta facendo e farà questo governo (“certo, se si fanno marchette…”).

Nella stessa intervista Matteo Renzi cerca di smarcarsi dall’incubo lessicale del “rimpasto”. Cose da prima Repubblica, che esercitano una forza gravitazionale alla quale è necessario resistere, se ce la si fa.

Un 2014 tutto così non possiamo permettercelo. Non possiamo permetterci un governo che continuerà a non fare le cose (elemento evidente da sempre) e a destreggiarsi tra interessi in conflitto tra di loro, e non possiamo permetterci – e scusate se sarò così di parte – che colui che viene generalmente indicato come il futuro premier di questo Paese si faccia logorare in una battaglia di posizionamento fatta di spostamenti minimi, di dieci metri guadagnati e di dieci metri persi.

A meno che non si voglia credere che a gennaio cambierà tutto, ma proprio tutto. E che le cose che non abbiamo fatto in venti anni le faremo a gennaio, con questa maggioranza. “C’era una volta l’Italia, era il 1992. Poi c’è stato il 1993, sembrava cambiare tutto. Eppure tutto si è fermato, nel 1994” – disse una volta un amico. Ecco.

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