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letta-renzi_980x571In questi giorni ho avuto modo di parlare con molte persone di tutto ciò che sta succedendo al Partito Democratico, e ho avuto modo di ascoltarne ancora di più. Per non parlare di quante opinioni ho letto. Si tratta soprattutto di attivisti, iscritti ed elettori del Partito Democratico.

L’opinione prevalente tra queste persone è una, ben precisa: Pippo Civati deve restare, in questo preciso momento storico, all’interno del Partito Democratico. Costi quel che costi. Il Partito Democratico, con tutti i suoi limiti, viene vissuto ancora come il luogo dove stare per fare la cosa di sinistra di cui ha bisogno il nostro Paese: ridurre le disuguaglianze sociali.

Qualcuno si è spinto più in là con l’analisi. Ho fatto qualche ragionamento, muovendo da queste analisi e scavando più in profondità nella natura del Partito Democratico, nelle ragioni e nelle conseguenze della nascita del governo Renzi. Un governo politico e non tecnico, un governo che si pone un orizzonte di Legislatura (fino al 2018: ma sarà vero?) e non limitato nel tempo. E’ stato lo stesso Matteo Renzi a voler sottolineare con forza questi due aspetti ed è proprio partendo da qui che si possono cogliere i motivi del disagio di alcuni di noi: l’accordo politico e l’orizzonte temporale potrebbero essere la manifestazione di una «mutazione genetica» del mio partito, che potrebbe perdere la propria vocazione ad essere un elemento del bipolarismo fondato sull’alternanza tra centrodestra e centrosinistra per diventare un contenitore centrale che si configura come alternativo non più al centrodestra – col quale potrebbe intrattenere relazioni cordiali, diciamo -, ma al Movimento 5 Stelle. Sarebbe questo uno schema svuotato di politica, uno schema prepolitico, nel quale si fronteggiano due forze che non si riconoscono a vicenda e che non si affrontano su un terreno politico ma su un terreno populistico, rappresentando e parlando ai cittadini che vedono nella vita istituzionale rispettivamente l’ultima e la sola speranza e un un guazzabuglio di farabutti.

Se fosse questo l’approdo, allora «la scissione c’è già nei fatti: Civati ne prenderebbe solo atto». O è una «scissione rimandata». O «condizionata» all’evolversi della situazione. Già: ho letto anche queste parole, da parte di chi, con una maggiore carica di passione e di emozione, invocava la fuoriuscita dal PD. E non mi sento di minimizzare con la formula «l’ennesima operazione alla Turigliatto». Perché le cose sono diverse: se la «mutazione genetica» nella natura del Partito Democratico avverrà e si manifesterà esplicitamente, ci troveremmo senza dubbio di fronte a un Paese senza sinistra, o meglio: senza una forza progressista. Non ci sarebbe più la competizione a sinistra del Partito Democratico perché, semplicemente, questo non sarebbe più collocabile nel centrosinistra. In un Paese dove la politica non esisterebbe più, una forza capace di riempire nuovamente le istituzioni di politica avrebbe risultati difficili da immaginare: ecco perché il paragone con Turigliatto è in realtà molto debole, perché il campo di gioco è un altro.

Tra l’altro, forse una scissione silente c’è già stata in questi anni, e l’ha descritta Luca Sappino:

Nel 2008 il Partito democratico prese 12 milioni e novantamila voti. Nel 2013, 8 milioni e 932 mila. Sono più di tre milioni gli elettori scissionisti che avevano anche creduto al progetto di un partito maggioritario ma che ora non ci credono più, non a questo prezzo, almeno. Sì, certo, «è cresciuta l’astensione», direte. Appunto.

Nel 2009 gli iscritti erano 831 mila. Nel 2010, 620 mila, e nel 2011, 609 mila e 667. Nel 2012 poco più di 500 mila: 500 mila e 163.

Il problema, però, non si limita alle scelte dei cittadini: il disagio è approdato anche nei gruppi parlamentari, soprattutto al Senato, dove i numeri della maggioranza di Renzi sono davvero stretti, forse più stretti del previsto. Questo disagio si manifesterà ancora, fuori e dentro il Parlamento, sulla stessa sottile linea che tiene in piedi il primo governo di Matteo Renzi.

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