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banner336x280In queste giorni sono alla ricerca di fotografie da allegare alla mia presentazione di candidato al Consiglio comunale del mio paese. Sfogliando le cartelle del computer, mi è passata sotto gli occhi una foto della Leopolda, versione 2010. La prima Leopolda, che per me è rimasta anche l’unica. La foto ritrae me, sul palco, che guardo Renzi e Civati, alla mia sinistra, probabilmente aspettando il là. 

Quattro anni fa ero molto giovane, ma partecipai con entusiasmo al percorso che portò alla nascita di quella straordinaria tre giorni, che probabilmente segnò davvero la storia della politica italiana. La mia parola, la parola del mio intervento, fu “condivisione”. Nei cinque minuti che ebbi a disposizione cercai di raccontare il lavoro fatto nei mesi precedenti insieme ad altre persone, coordinate da Civati. Il lavoro era, appunto, condiviso.

Tornando a casa, in treno, lessi un libricino scritto da Paul Ginsborg, “Salviamo l’Italia”. Secondo me anche Civati lesse quel libro, prima di organizzare e di pensare la Leopolda, che si chiamava “Prossima fermata: Italia”, mettendo l’accento su “prossimo”, come quelli che verrano, e come quelli vicini. Ginsborg parlava, nel 2010, di un nuovo ceto medio attivo, istruito, socialmente impegnato, che faticava a trovare rappresentanza ma che, reso partecipe e guidato da una “leadership collettiva”, avrebbe potuto “salvare l’Italia”, appunto. Caratteristiche sociali diametralmente opposte a quelle individuate da Gramsci (citato da Revelli) per descrivere “l’elemento diffuso del partito”, la base dei militanti dei partiti del novecento, paragonati alla forza-lavoro delle grandi fabbriche:

Uomini comuni medi, la cui partecipazione è offerta dalla disciplina e dalla fedeltà, non dallo spirito creativo ed altamente organizzativo.

Il 2010 era anche l’anno della “Woodstock a 5 Stelle”, due giorni di iniziative politiche a Cesena. Il Movimento 5 Stelle si era presentato alle elezioni regionali pochi mesi prima, e Grillo, dal suo blog, raccontava così quella fase:

I soldi non sono necessari per fare politica, il M5S ha rifiutato i contributi elettorali di 1.700.000 euro per le regionali, mentre gli altri partiti incassano un miliardo di euro. […] I media tradizionali non sono più indispensabili per fare politica. La Rete li sta sostituendo. […] I leader non servono, non sono mai serviti, sono arrivisti pieni di sé come un tacchino il giorno del Ringraziamento. Il M5S ha una struttura orizzontale, senza vertici, di persone incensurate che si riconoscono negli obiettivi sociali, nel programma, ognuno conta uno, ma chi non muove il culo e non si impegna continuerà a contare zero. I rifiuti non esistono, esistono invece gli interessi dei partiti e della Confindustria con la creazione di discariche e di inceneritori. Il M5S a Cesena, per l’incontro Woodstock 5 Stelle ha riciclato il 91% di una quantità di materiale pari a quella della città di Forlì. Erano presenti 180.000 persone e il parco è stato lasciato immacolato. […] Non so come finirà, ma il seme è stato gettato, la politica non è un mestiere, ma un dovere civico. Il cittadino è entrato direttamente in politica con il M5S e ci resterà. E’ una previsione e insieme un augurio per l’Italia.

Il punto politico – al di là dei messaggi “programmatici”, su finanziamento pubblico e rifiuti – sta nelle ultime righe: “il cittadino è entrato direttamente in politica”. La Woodstock a 5 Stelle si tenne a fine settembre, Ginsborg pubblico il suo libro a ottobre, la Leopolda si tenne a inizio novembre. Dello stesso anno. Era questa l’Italia (la prossima Italia?) che si palesava in quel 2010, a pochi mesi di distanza dalle elezioni regionali che avevano confermato Roberto Formigoni governatore della Lombardia (56% dei voti), battendo tale Filippo Penati (33%), tale Savino Pezzotta (5%) e tale Vito Crimi (2%), tutti e quattro – ciascuno a suo modo – simboli di un’Italia che faceva fatica a cambiare.

Torniamo all’inizio, alla mia foto. In quello scatto ci sono io che rappresento me stesso: un ragazzo di 24 anni, segretario di un piccolo circolo del PD, studente universitario. Cose che nella politica dei grandi raramente si vedono. Cose che fanno pensare che la sfida fosse esattamente quella della rappresentanza, e che lo sapessero, Renzi e Civati, molto di più di quanto potessi intuirlo io, dato che dovevano essere loro la leadership collettiva. Ora è assolutamente curioso che ora i due si trovino su posizioni opposte, a difendere idee di partecipazione e rappresentanza e politica molto diverse.

Oggi, ad esempio, Civati commenta la riforma del Senato e cita un’analisi di Pagnoncelli pubblicata dal Corriere. I binari paralleli dell’analisi della riforma istituzionale (vedi: azione di Renzi come premier) e dell’analisi politica e sociale (vedi: azione di Renzi come segretario) sembrano condurre a uno scenario in cui la distanza tra rappresentanti e rappresentati va allargandosi, anziché colmarsi, e questo nonostante la crescita del Partito Democratico nei sondaggi.

La riforma del Senato così come concepita, abbinata alla riforma della legge elettorale così come concepita, sembra non ridurre in alcun modo la distanza tra elettori ed eletti, i quali risulterebbero ancora scelti dai partiti e, nel caso del Senato, scelti solamente da due partiti. Una soluzione, quella sul Senato, che risponde alla delusione nei confronti delle Istituzioni mortificandole. Non propriamente una grande soluzione.

L’articolo di Pagnoncelli parte invece da questi numeri:

Schermata 04-2456774 alle 16.37.43Diciamo che qualche domanda viene da farsela, sul mutamento in atto del PD. La domanda, in estrema sintesi, è: chi rappresenta il PD?

Le prospettive sono due: come si sentono i cittadini che hanno votato il PD nel 2013 e da chi è composto il corpo elettorale odierno del PD.

Come si sentono i cittadini che hanno votato PD nel 2013? Non tanto bene. Solamente il 64% di loro lo rivoterebbero oggi (il dato non è molto diverso da quello di M5S e PDL). Dei 36 elettori mancanti su 100, molti di loro (26) sono indecisi o vanno verso l’astensione. Per il M5S questo segmento è pari a 13. Per il PDL è pari a 14. Sono tanti gli indecisi e i possibili astensionisti che solamente un anno fa votarono il PD.

Se invece guardiamo al bacino elettorale attuale, solamente il 54% di questo è composto da cittadini che anche nel 2013 hanno votato PD (la differenza tra 54% e 64% citato prima dovrebbe rappresentare il previsto aumento di voti per il PD). Per il M5S il dato è pari a 80 e per il PDL a 77. E’ cambiata quindi, e di molto, la base elettorale del PD.

Tutto questo per dire che se nel 2010 l’obiettivo che secondo me, che secondo noi, il PD doveva porsi come prioritario era cambiare l’Italia partendo da e valorizzando nuovi ceti che si trovano spaesati nel tempo dei flussi, beh, le cose non sono cambiate di molto. La lontananza delle Istituzioni e l’incapacità della classe politica di rappresentare alcuni settori della società sono ancora terreni sui quali c’è molto da lavorare, e per i quali, forse, si potrebbe lanciare una nuova Leopolda.

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